XIV Settimana Alfonsiana a Palermo

Per quanti abitano dalle mie parti o per chi fosse interessato riporto la notizia dell’apertura della XIV settimana Alfonsiana a Palermo che avrà per argomento: “Tempo di Apocalisse” dal 20 al 28 settembre 2008.

La XIV Settimana Alfonsiana “Tempo di Apocalisse” si aprirà sabato alle 21:15 con un concerto di Mozart per violino e orchestra a Palazzo dei Normanni, Atrio Maqueda – Piazza del Parlamento.

Iniziativa tra le più qualificate della città di Palermo, la Settimana Alfonsiana è riconosciuta come Corso di Aggiornamento per i docenti di ogni ordine e grado e consente di ottenere dei Crediti formativi universitari (CFU) agli studenti delle Facoltà di Lettere e Filosofia, Giurisprudenza, Scienze della Formazione (per i corsi di laurea in Scienze dell’Educazione e della Comunicazione) di Palermo.

Vi prenderanno parte artisti, scrittori, magistrati, studiosi provenienti da tutt’Italia. Tra i partecipanti anche il sindaco di Venezia Massimo Cacciari che interverrà il 24 settembre e Walter Veltroni, segretario nazionale del Partito democratico, che sarà presente venerdì 26.

Tutti gli incontri (eccetto i concerti) della 14° Settimana Alfonsiana si svolgeranno presso i Padri Redentoristi, via Badia 52 Palermo

Per maggiori informazioni rivolgersi ai Padri Redentoristi – Centro Culturale Segno, in via Badia 52, Palermo. Telefono/fax 091 228317.

Di seguito la presentazione della Settimana da parte dell’organizzatore Padre Nino Fasullo (come riportato dal sito Kepos)

Ancora una volta, anche quest’anno, il tema della XIV Settimana Alfonsiana – tempo di apocalisse – prima  di essere complesso e arduo, è necessario. Riguarda, infatti, le domande sul senso  ultimo  della vita e della storia e le attese profonde sulla libertà, la giustizia e la pace. Per questo l’Apocalisse merita attentissimo studio. Non a caso i suoi misteri hanno attratto gli ingegni più alti.

Il libro è stato letto in molti modi. Di fatto, è noto  più come rappresentazione di eventi catastrofici,  di rendiconti ultimativi, di condanne e castighi inappellabili, che come libro di grazia e di consolazione. Ma la prima lettura, senza la seconda,  è quanto meno monca, insufficiente. Trascura, infatti, la parte più rilevante dell’opera: il compimento delle promesse evangeliche. Per questo la chiave dell’Apocalisse va trovata nella  comparsa della Gerusalemme celeste, delle terre  e  dei cieli nuovi, di cui si parla negli ultimi capitoli. Il fulgore  della città di Dio   non può essere ignorato     in favore dei “guai”   presenti nel libro. Per questo esso esige che si guardi oltre il velo del suo linguaggio e delle sue immagini, alla ricerca  del mistero che nasconde. Non per nulla la parola apocalisse  significa  rivelazione, svelamento di cose nascoste.  Che non sono  vaghe utopie da sogno,  ma eventi, esperienze, fatti del regno di Dio accadenti nella storia, anche mediante i cristiani,  in continuità con l’esperienza stessa di Gesù di Nazaret.  L’Apocalisse, infine, è questo: il racconto drammatico dell’avventura di Dio con gli uomini e degli uomini con Dio.

Naturalmente, la XIV Settimana Alfonsiana non è un convegno di studi biblici sull’ultimo libro della sacra scrittura.  Più  modestamente, è  la ricerca – dietro la spinta del libro giovanneo – di realtà umane relativamente negative presenti sulla faccia del pianeta (come dimenticare la strage di poveri che, così spesso, si consuma nel mare che separa l’Africa dalla Sicilia?), al fine di coglierne l’appello alla giustizia e alla solidarietà. Le realtà della fame e della malattia, dell’oppressione e dello sfruttamento, della violenza (nelle sue infinite forme) e della morte  non sono  situazioni chiuse e immutabili. Chiedono senza sosta giustizia e una vita degna di esseri umani.


Perciò il significato vero dell’Apocalisse è di essere  “terribilmente”  contemporanea, di appartenere all’oggi, e non a un mitico sfuggente futuro.  Vuol dire che la giustizia e la pace devono essere fatte, non domani, non alla fine della storia, ma adesso: nel mondo – il nostro – in cui l’80 per cento dell’umanità vive nella miseria (come il povero Lazzaro) e  il 20 per cento   se la spassa  nell’abbondanza e nello sperpero (alla maniera del ricco epulone).


Non la morte e l’angoscia sono il senso dell’Apocalisse, come sanzioni delle nostre iniquità ai   danni di altri uomini, ma la domanda di liberazione  che sale dal cuore delle creature oppresse perché venga, senza indugio, soddisfatta. A Dio  non interessa punire ma salvare. Suo fine non è colpire i responsabili, più e meno consapevoli, delle ingiustizie (di natura economica, politica e etica) che causano il dolore dei poveri, ma che questo dolore finisca. Perciò  Gesù gridò “Guai a voi ricchi”: perché costoro non si illudano di vivere in pace con Dio se non condividono, secondo giustizia e eguaglianza,  i loro beni con i poveri e gli sfortunati della terra.


L’Apocalisse, quindi, non fu scritta  per terrorizzare o far disperare, ma per sollecitare la conversione e non dimenticare i motivi per cui l’Agnello, Gesù di Nazaret, fu ucciso.


C’è un filo rosso che percorre l’Apocalisse, la  fa grande e drammatica: lo spasimo della fede e della resistenza. Tutta la vicenda “apocalittica” si svolge nella storia, quaggiù,  ma è raffigurata  lassù, come in uno specchio, nell’immenso scenario dei cieli in cui  è assiso Colui che regge nella destra    il libro della vita sigillato con  sette sigilli.  Il veggente   piange, sconsolato, perché non c’è  nessuno che possa aprire i sigilli. Finché arriva l’Agnello, il Cristo, l’unico che ne abbia il potere e sappia svelare il senso di ogni pagina e il mistero che le avvolge. Ed è uno srotolarsi di eventi, scatenati da angeli, bestie mostruose e draghi che  diffondono guai sempre più spaventosi.


Ma sono gli ultimi due capitoli a mostrare il senso compiuto dell’Apocalisse,  quelli in cui appare la   Gerusalemme nuova, la città bella come una sposa pronta per le nozze.  Inizia così nei cieli la festa nuziale dell’Agnello cui partecipa un numero infinito di invitati di ogni tribù, lingua, popolo e nazione. Con alcune novità “incredibili”.  Anzitutto, lo status di  Dio. Che non è più il Dio lontano  del quale  nessuno ha mai visto il volto e di cui non si conoscono né il nome né la sede. Ora Dio invece è un cittadino   “comune” che chiunque può visitare e col quale ognuno si può intrattenere, alla familiare (una “familiarità”,  tra parentesi, su cui sant’Alfonso de Liguori scrisse pagine memorabili). Secondo: nella città “celeste” non ci sono né religione né templi né spazi sacri. Perché ormai Dio è vicino, pubblico, visibile. Non ci sono nemmeno  il sole per il giorno e la luna per la notte: la città è luminosa di suo. Cielo e terra sono nuovi. E il mare è scomparso: non ci sono più la morte, gli ospedali, le carceri e i tribunali.


Tutto è al di sopra  di  ogni immaginazione, difficile, impossibile da descrivere. Come è  una città  in cui Dio è cittadino  con gli altri? Con quali occhi   può essere veduto? Quali occhi possono reggere alla sua bellezza? Come ci si deve comportare  quando lo si incontra per le vie, nelle piazze, ai concerti? Giovanni accenna a qualcosa, ma affida tutto all’intelligente immaginazione di ognuno.


L’Apocalisse, infine, è  questo: un libro di fede e per la fede. Un invito a credere nonostante tutto. Un libro, soprattutto, per resistere. Un manuale per la resistenza. Perché la fede è la vera sfida. Credere che il Signore viene. Ma perché tarda tanto? O il suo ritardo   equivale alla sua inesistenza? Il dubbio, la paura, lo scandalo possono avere la meglio.


Ma per questo è stato scritto l’Apocalisse, per dire: resistete, non vi disperate, non smettete di credere. Perché il Signore viene. Ha già lasciato il suo cielo, è in viaggio, sta arrivando,  è dietro l’uscio,   bussa alla porta, non senti l’aria che si sposta mentre arriva?


Forse ritarda perché si ferma ad asciugare troppe lacrime e sostenere troppi deboli.



NINO FASULLO

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